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giovedì 3 novembre 2016

Sing Street

SING STREET

di John Carney

(Irlanda, 2016)

con Ferdia Walsh-Peelo, Maria Doyle Kennedy, Aidan Gillen, , Jack Reynor.

 

Se ti piace guarda anche: Tutto può cambiare, Once, August Rush, A proposito di Davis

1985, Dublino. Il sogno di tutti i giovani irlandesi è di emigrare a Londra, terra di speranze. Quelli che restano sono disoccupati o alcolizzati. O cattolici. Un quindicenne, costretto a trasferirsi in una scuola cattolica che è qualcosa molto simile all’inferno, s’invaghisce di una misteriosa e bellissima ragazza con la quale non ha chance. Per far colpo le dice di avere una band.

Che band sia! In un attimo il nostro eroe mette su una band con alcuni suoi compagni di scuola, ovviamente sfigatissimi.

Ormai è ufficiale : è iniziato il revival degli anni ’80, a lungo snobbati e disprezzati perché troppo vicini e Kitsch. Ma si sa, col passare degli anni tutto diventa più affascinante e misterioso.

1981 : indagine a New York, The Wolf of Wall Street, Tutti vogliono qualcosa, Joy e poi perfino in Tv con Stranger Things: siete avvisati, voi tutti che siete nati negli anni ’70 e li ricordate bene e con un pizzico di nostalgia o voi che negli anni ’80 non eravate ancora nati e non ne sapete nulla.

John Carney dopo Tutto può cambiare torna con un racconto di formazione mascherato da fiaba.

Il risultato è una pellicola che trasuda ottimismo da tutti i pori, pur mostrando i lati negativi della vita, quasi tutti, a parte il bullismo, prerogativa degli adulti: soprusi, frustrazioni, delusioni. Ecco così che nasce una fiaba pop rock per sognare, condita da musiche e atmosfere di quegli anni (Duran Duran, Spandau Ballet, The Cure) alle quali James Carney aggiunge pezzi originali composti e scritti da lui e cantati dal fantastico protagonista, che ha tutto il carisma della rockstar e la dolce malinconia dell’adolescenza.

Il regista, classe ’72, sceglie il periodo della sua adolescenza, anni piuttosto bui per l’Irlanda, anche musicalmente parlando, eppure si fa sentire la mancanza degli U2: a Carney forse non piacciono o forse vuole sottolineare l’anglofilia del suo paese. Fatto sta che la musica è importante per l'Irlanda e questo film si inserisce perfettamente in un filone inaugurato nel 1993 da The Committments.

Insomma Carney ancora una volta ci propone un film ricco di (buona) musica e ottimismo e ritorna alla semplicità (di mezzi) di Once, il film del 2006 che lo fece conoscere in tutto il mondo e lo portò agli Oscar, dandogli la possibilità di girare una produzione più mainstream (almeno nel cast, i mezzi rimasero volutamente e orgogliosamente low budget), ovvero quel gioiello di Tutto può cambiare che però ricevette un’accoglienza discreta. Così il regista ha abbandonato l’America per tornare nella sua Irlanda con attori sconosciuti e/o esordienti. E ora dirò qualcosa di impopolare: Tutto può cambiare è stato uno dei miei film preferiti del 2014 e a distanza di due anni posso affermare che è in assoluto uno dei miei film preferiti dell’ultimo lustro e lo ritengo superiore a questo. E quando Sing Street è finito il desiderio era di rivedersi immediatamente Tutto può cambiare.

Sono titoli simili eppur diversi: Tutto può cambiare era più realistico, perfino malinconico nonostante anche quello fosse permeato di ottimismo. Questo è una fiaba, spensierata, colorata ed eccessiva come lo erano gli anni ’80.

Rimane una grande, importante certezza: John Carney è una certezza e i suoi film hanno il raro e prezioso valore di farci uscire dalla sala col sorriso sulle labbra.


           VOTO: 8

sabato 22 ottobre 2016

Café Society

CAFE’ SOCIETY
Di Woody Allen
(USA; 2016)
Con Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carrell, Blake Lively
Genere: commedia
Se ti piace guarda anche: Brodway Danny Rose, La rosa purpurea del Cairo, Pallottole su Broadway



La caffè society degli anni ’30 è un mondo unico e irripetibile che Woody Allen ha voluto riportarte sullo schermo con nostalgia. Americano, ne ha rappresentato i due poli: quello hollywoodiano, tutto divi, capricci e ville, e quello newyorchese, tutto gangster, nightclub e classe lavoratrice. A fare da collante è l’ennesimo alter-ego di Woody Allen, qui interpretato da Jesse Eisenberg, ragazzo che lascia la Grande Mela per cercare un lavoro nella città degli angeli, dove vive alla grande lo zio materno, magnate cinematografico (convincente Steve Carrel) che lo introdurrà nella scintillante società hollywoodiana degli anni d’oro. Ma sarà la segretaria dello zio (Kristen Stewart, notevole) a colpirlo maggiormente e con lei deciderà di tornare a casa, la sua cara e vecchia New York.
Il merito di Café Society è quello di ricordarci, o farci conoscere, il favoloso mondo dorato degli anni ’30 e lo fa grazie a una fotografia che inonda davvero tutto d’oro. L’artefice è Vittorio Storaro, grande direttore della fotografia (Ultimo tango a Parigi, Apocalyspse Now, L’ultimo imperatore) per la prima volta al servizio di Allen. Ogni inquadratura brilla, oltre che per i colori caldi, anche per una grande cura della composizione.
Dal punto di visto figurativo Café Society è un film sorprendente, un vero piacere per gli occhi, grazie anche al tripudio di sfarzose scenografie e magnifici costumi. E questo in Woody Allen non è scontato, anzi. Arriviamo dunque al contenuto: cos’ha da dirci Woody Allen? Sostanzialmente nulla di nuovo: autoironia ebraica, omaggi al grande cinema che fu e una storia d’amore travagliato. Commedia non troppo divertente che sorvola con disinvoltura tematiche drammatiche (omicidio, pena di morte, lutto) trattate in modo ben diverso in altre pellicole.
Per i fan di lunga data può essere una delusione, per quelli dell’ultima ora uno dei suoi film migliori (è nettamente superiore agli ultimi due titoli con Emma Stone protagonista), per il pubblico giovane e inesperto un affascinante affresco di un’epoca lontana e sconosciuta e una storia d’amore di grande impatto. Dunque non è facile esprimere un giudizio su questo titolo, ma bisogna ammettere che al suo 47esimo titolo Woody Allen riesce ancora ad ammagliare e trasformare l’esperienza cinematografica in qualcosa di magico. E non è poco. 
VOTO:7,5


giovedì 20 ottobre 2016

Frantz

FRANTZ
di François Ozon,
Francia, 2016
Con Paula Beer e Pierre Niney
Genere: Dramma storico

Se ti piace guarda: Otto donne e un mistero, Nella casa, Giovane e bella, Il tempo che resta

François Ozon non sbaglia un colpo e ogni volta si reinventa dimostrandosi capace di padroneggiare il genere scelto. Commedia, musical, thriller, dramma: ci ha dato ottimi esempi in tutti questi generi.
Questa volta mira al dramma storico, guardando al melodramma del cinema che fu, e il risultato è ancora una volta sorprendente, confermandolo il regista più interessante del cinema francese.
Frantz è un film che trabocca di eleganza, non solo formale. A una suggestiva fotografia che mescola il bianco e nero ai colori (riservati alle scene emotivamente più intense) si aggiungono degli attori che si muovono con eleganza all’interno di inquadrature ben studiate seguendo un copione dal fascino dei tempi andati. Non a caso l’ispirazione è un melo di Ernst Lubitsch del 1932 di cui preferisco non svelarvi il titolo poiché troppo rivelatorio.
In Frantz il personaggio del titolo è l’ossessione dei protagonisti, ma appare solo in colorati flashback, poiché morto. La sua fidanzata vive con quelli che sarebbero diventati i suoi suoceri se la prima guerra mondiale non avesse ucciso l’adorato figlio unico Frantz. Recandosi quotidianamente alla tomba dell’amato, la ragazza vede uno straniero misterioso, venuto anche lui a deporre dei fiori…
Questo personaggio sconvolgerà le loro esistenze, ma non stiamo parlando di Teorema di Pasolini: qui è tutto più ambiguo, drammatico, elegante. C’è un’importante, seria riflessione sulla guerra e le colpe di una generazione. C’è un mistero che tiene desta l’attenzione dello spettatore e quando questo viene rivelato il film in qualche modo prende una piega inattesa, anche se non siamo dalle parti dei twist di Swimming pool o Nella casa. Tutto è più lineare, senza colpi di scena eccessivi, eppure è difficile rimanere delusi o indifferenti perfino davanti al finale aperto: la straordinaria prova d’attrice di Paula Beer, giustamente premiata con la Coppa Volpi all’ultima mostra di Venezia e l’intenso bianco e nero rimangono impressi, così come l’ottimismo che una tragica storia senza speranza riesce a trasmettere.

VOTO: 7,5

martedì 18 ottobre 2016

Quando hai 17 anni

QUANDO HAI 17 ANNI
(Quand on a 17 ans)
Di André Techiné,
Francia, 2016
Con Kacey Mottet Klein, Corentin Fila, Sandrine Kimberlain


Se ti piace guarda anche: Un bacio, Noi siamo infinito, La vie d'Adèle

Due diciassettenni agli antipodi: uno è bravo a scuola, benestante e circondato dall’affetto dei genitori. L’altro a scuola va male e vive con i genitori adottivi in una fattoria isolata in cui lui stesso deve lavorare. Gli opposti si attraggono: e questi due ragazzi cominceranno a comunicare a suon di botte, finché non intervengono gli adulti.
André Techiné, superati i settanta, torna a un tema a lui caro, l’adolescenza e torna a far centro nel cuore del pubblico, della critica e dei distributori italiani, che lo riportano in sala a 9 anni da I testimoni grazie ai consensi ottenuti all’ultimo festival di Berlino.
Quando hai 17 anni prende il titolo da un verso di Rimbaud mai citato nel film benché il film inizi propri con alcuni versi del poeta e mette in scena una delicata storia di formazione.
Attento ai particolari e alla verosimiglianza, il regista costruisce un film fatto di piccoli gesti quotidiani, in cui anche la natura circostante gioca un ruolo importante. Diviso in tre atti, il film è in realtà diviso in due parti da un colpa di scena che cambia le carte in gioco e modifica la storia. Appesantito da una nascita e una morte che peccano di retorico simbolismo ma si inseriscono nei canoni del romanzo di formazione, il film mischia tematiche fondamentali come l’educazione, il bullismo e l’orientamento sessuale e diventa il perfetto corrispettivo dell’italiano Un bacio, altro film da recuperare e mostrare nelle scuole.
VOTO: 7,5

mercoledì 25 maggio 2016

Money Monster

MONEY MONSTER
L'altra faccia del denaro
di Jodie Foster
(USA, 2016)
con George Clooney, Julia Roberts, Jack O' Connell, Caitriona Balfe
Genere: Action
Se ti piace guarda anche: Margin Call, Ave Cesare, La grande scommessa, Wall Street-il denaro non dorme mai, Inside Man, Un pomeriggio di giorni da cani, Quinto potere


Trama

Lee è un conduttore televisivo di uno show sulla finanza: un mix tra un guru della Borsa e un intrattenitore che influenza un vasto pubblico di azionisti. Durante una diretta un uomo armato irrompe sul palco del suo show minacciando di fare saltare tutti in aria.

RECENSIONE
Qual è il nostro rapporto con i soldi? Siamo cicale o formiche? Ci lasciamo influenzare dai media per quanto riguarda il modo di investire i nostri risparmi?
Argomenti di cui si è parlato tanto a partire dal crollo delle borse nel 2008.
Personalmente mi sono sempre ritrovato di più nella figura esopica della formica e non ho mai investito i miei risparmi in azioni o investimenti "virtuali". Ma c'è chi lo fa, e lo sventurato protagonista del film è uno di quelli che investe i suoi beni in un'azzardata mossa finanziaria, fiducioso di quanto suggerito dallo showman di turno a un pubblico facilmente influenzabile e sprovveduto.

Money-Monster, pur non aggiungendo nulla alla filmografia finora vista sul mondo della finanza e/o della corruzione, non delude né come action né come satira sociale.
Due sono i mondi presi di mira dalla pellicola: quello della finanza e quello dell’intrattenimento, con una certa indulgenza per quest’ultimo. L’anchorman narcisista, la regista cinica, i cameraman che filmano l’infilmabile rappresentano sì il mondo superficiale, chiuso ed egoista dello show business in cui nulla è risparmiato per un po’ di audience, ma allo stesso tempo rispondono a un imperativo “the show must go on” nel quale gli autori sembrano voler rintracciare qualche pregio legato all’etica del duro lavoro.
Ma Money monster è soprattutto un film d’azione, in cui l’adrenalina è garantita per tutta la durata del film grazie a una serie di colpi di scena ben distribuiti, un buon montaggio, un’ottima musica e un inedito humour, tutt’altro che fuori luogo, che qua e là compare per distendere la tensione negli spettatori e nei personaggi stessi. Poi ci sono loro, i due mattatori, i divi Julia Roberts e George Clooney, a loro agio in parti poco glamour ma allo stesso tempo decisamente hollywoodiani.
Clooney ripete con disinvoltura un ruolo con cui ha già esperienza: basti pensare che soltanto pochi mesi prima proponeva un personaggio ugualmente narcisista e presuntuoso in Ave, Cesare!
Julia Roberts, dopo Il segreto dei suoi occhi altro titolo di pochi mesi fa, torna in un dramma d'azione. Al loro fianco non sfigura il giovane O'Connell, visto in Unbroken (2014), altro film diretto da un'attrice, in quel caso Angelina Jolie. 


E arriviamo dunque alla regista, Jodie Foster, che con Money Monster firma il suo quarto film da regista, a venticinque anni dal debutto di Il mio piccolo genio e un lustro dopo The Beaver. Nel frattempo ha diretto un episodio di Orange is the new black e uno di House of cards, due titoli decisamente di culto della serialità televisiva americana e ha tratto ispirazione dalla sua esperienza d'attrice in Inside Man (2006), film che in qualche modo ricorda Money monster in più punti: la durata filmica coincide con quella della storia, il tema delle forze dell'ordine alle prese con un'emergenza sono le due similitudini più lampanti.
Finora abituata a film più intimisti incentrati su dinamiche familiari, con Money monster Jodie Foster si misura per la prima volta con un film d'azione e più propriamente d'intrattenimento. Il risultato è soddisfacente, grazie anche a una solida sceneggiatura scritta da Alan Di Fiore, Jim Kouf e Jamie Linden e a una buona visione d'insieme della regista, capace soprattutto di dirigere bene i propri attori, forse grazie alla sua esperienza personale.
Il film così si rivela un buon film d’intrattenimento, d'impostazione classica, e più precisamente di un buon film d'azione che non si dimentica la componente di satira e riflessione, come il buon cinema di un tempo sapeva sempre coniugare.
VOTO: 7
Questo post nasce da una vera conversazione e collaborazione con MovieCamp su own your conversation


venerdì 26 febbraio 2016

Carol

CAROL
di Todd Haynes
USA, 2015
con Rooney Mara, Cate Blanchett, Sarah Paulson, Kyle Chandler
Genere: Dramma
Se ti piace guarda anche: Freeheld, Io e lei, Lontano dal paradiso, The Hours, Revolutionary Road


TRAMA
Una commessa si innamora di una ricca signora che le propone di compiere insieme un viaggio.
COMMENTO
Il regista Todd Haynes conosce bene gli anni ’50 e ne aveva già fatto prova con Lontano dal paradiso: anche in quel caso c’era una passione omossessuale che irrompeva nella conservatrice vita di una famiglia all’apparenza perfetta.
Carol, tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, si concentra sula nascita e lo sviluppo di una passione, decidendo purtroppo di non svelarne (tutte) le conseguenze. E l’andamento del film si adegua al sentimento: lento, indeciso, esageratamente languido, poi man mano che aumenta la tensione aumenta anche il ritmo. Il tocco è elegantissimo e tutto si riduce in fondo a una messa in scena estetizzante in cui spiccano le interpretazioni, basate tutte su sguardi e piccoli gesti delle due eccellenti protagoniste: una Rooney Mara incarnazione di quell’amore ingenuo e una Cate Blanchett ricca borghese viziata.
Ogni inquadratura è un’opera d’arte (applausi alla fotografia di Ed Lachman) ma paradossalmente, a un film che parla di una passione così bruciante e dirompente, manca proprio passione.

VOTO: 7+

martedì 23 febbraio 2016

The Danish Girl

THE DANISH GIRL
di Tom Hooper
Regno Unito, USA, Germania, 2015
con Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Ben Wishaw, Amber Heard
Genere: Dramma
 Se ti piace guarda anche: La teoria del tutto, Albert NobbsTurner, The Imitation Game, Transamerica


TRAMA
Einer è un pittore affermato che un giorno posa per la moglie pittrice in abiti femminili. Quel semplice, casuale gesto risveglierà in lui qualcosa che era sempre rimasto assopito: la sua identità femminile.

COMMENTO
Dopo i sopravvalutati Il discorso del re e Les Miserables Tom Hooper finalmente convince pienamente con un film tra l’altro rischiosissimo: The Danish girl è pienamente riuscito: impreziosito da una bellissima fotografia, ambientazioni azzeccate e due magnifici protagonisti, riesce anche a toccare il cuore dello spettatore.
Come accaduto un anno fa con The Imitation Game, siamo di fronte a un altro film storico biografico che altera notevolmente i fatti reali, ma, in questo caso, abbellendoli. Il nucleo della storia è comunque reale e reale è la storia di Lili Elbe e di sua moglie e del loro reciproco supporto, anche se il finale è completamente fittizio. Ma stiamo parlando di un film di finzione, non di un documentario.
E il film in questione pecca di schematismi e banalizzazioni, perfino di freddezza: in fondo il dramma interiore di Einer/Lili non è del tutto condiviso con lo spettatore che si deve accontentare di qualche pianto, sguardi allo specchio e vestiti desiderati e toccati. Ma forse non è un peccato così grave in un film che parla di pittori: ogni momento chiave del cammino di Lili è, in fondo, un bellissimo, silenziosissimo quadro da gustare con gli occhi.
 
E a quelli che liquideranno il film come patinato, banale, schematico e ruffiano si può rispondere che hanno ragione, eppure ciò non ne toglie la forza dirompente: ben venga che un argomento tanto delicato e spinoso sia edulcorato per renderlo accessibile a un grande pubblico e la storia personale di Lili sia trasformata in una grande storia d’amore in grado di farci commuovere e sognare. Ben venga che un tema tabù diventi argomento di una produzione hollywoodiana diretta da un premio Oscar e intrerpretata da un attore premio Oscar. E a proposito di statuette: se Eddie Redmayne dovesse vincere l’Oscar per il secondo anno consecutivo, nessuno potrebbe gridare allo scandalo.

Voto: 8

venerdì 15 gennaio 2016

L'ultimo film di Alan Rickman

LE REGOLE DEL CAOS
(A LITTLE CHAOS)
di Alan Rickman,
UK, 2014


con Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman,  Stanley Tucci
Genere: dramma in costume
Se ti piace guarda anche: Vatel, La maschera di ferro, Marie-Antoinette


TRAMA
André Le Nôtre è uno dei più importanti e famosi architetti botanici della storia: suoi i giardini che da oltre trecento anni adornano Versailles e le Tuileries, tanto per citarne alcuni. È a lui che si deve quello che è definito il giardino alla francese, ovvero armonico, razionale, geometrico, curato, in contrasto con quello all’inglese.
Nel film lo vediamo alla ricerca di un collaboratore: la scelta cadrà su una donna, di cui tra l’altro aborra le idee poiché lei è per una visione più caotica (quasi un’anticipatrice del giardino romantico all’inglese) lui invece per il rigore e l’armonia proprie dell’età classica.
Naturalmente sboccerà l’amore.

COMMENTO
Strana figura quella di Luigi XIV: tanti film ce l'hanno mostrato, ma la maggior parte ne ha dato una visione fantasiosa (La maschera di ferro) oppure è stato relegato in secondo o terzo piano, perché di fronte alla sua favolosa corte perfino le sue amanti (L'allée du roi, serie tv), il suo cuoco (Vatel), il suo coreografo (Le roi danse) sono degni di essere protagonisti di un film. Perché non fare dunque anche un film sul suo giardiniere paesaggista? 

Il problema, come nei casi precedenti, è la mancanza di una direzione e un target preciso: gli amanti di giardinaggio, quelli dell’ancien régime o ancora quelli dei melodrammi in costume?
In effetti il melodramma c’è, anche se con un dramma francamente indesiderato e inopportuno che non fa altro che rallentare il ritmo e l’equilibrio di un film di per sé già senza ritmo ed equilibrio.

Il risultato è un film in costume coraggioso che esce poco dopo il tricentenario (1713)  del grande giardiniere/architetto/paesaggista, anniversario che nella scorsa stagione ha dato vita a numerose iniziative a Versailles. L’ispirazione deve essere venuta da lì, peccato che il film non è un tributo all’artista e alla sua opera: non c’è traccia dei suoi lavori o di fatti biografici accertati. Tutto il film ruota intorno alla costruzione di un unico giardino, tutt’ora visitabile a Versailles tra l’altro, che appare nell’ultimo minuto del film ma ahimé ricostruito in studio e al computer poiché le riprese si sono svolte interamente in Regno Unito e, a volte, si nota.
Il regista si è ritagliato anche il ruolo di Luigi XIV, non troppo macchietta, è vero, ma piuttosto inverosimile, come la maggior parte delle scene.
Questo è il problema del film: non è un biopic di Le Nôtre, non è un omaggio alla sua opera e per lo più si prende tantissime libertà mettendo in scena una catena di scene improbabili: dall’assunzione della donna giardiniera al dialogo tra quest’ultima e il re che in un attimo di sconforto si improvvisa un comune cittadino che si confida con la prima venuta, per non parlare della cerchia della favorita del Re Sole che accoglie la giardiniera e le confida i propri segreti.
Un’occasione sprecata insomma, considerato quanti spunti poteva fornire il lavoro di questo artista e lo sfondo della corte più intrigante e seducente d’Europa.
Peccato poi per Kate Winslet, brava, per carità, ma alle prese con un personaggio e un film che non le rende giustizia e che dopo Divergent, segna un altro passo falso nella sua carriera.
Resta comunque una visione interessante, che in qualche modo ci proietta in un ambiente e un periodo lontano dal nostro che avrebbe meritato maggiori approfondimenti. Alan Rickman torna alla regia a quasi vent’anni dal suo esordio cinematografico con L’ospite d’inverno e si confronta anche con la sceneggiatura, scritta a sei mani. Possiamo dire che nella sua triplice veste di regista, attore e sceneggiatore, se la cava discretamente.

VOTO: 6,5